DICEMBRE 2025
Carissimi Lettori
Con grande piacere Vi rinnovo gli auguri per le prossime Festivià e per un felice Anno 2026 , auguri che accompagno con l’invio della presente Newsletter che periodicamente viene pubblicata dal Club Atlantico di Napoli.
Come da consolidata modalità la Newsletter si compone da una prima parte con cui ricordo le iniziative promosse dal Club nel 2025 e quelle previste per il prossimo anno e da una seconda parte in cui pubblichiamo scritti di autorevoli autori su un tema attuale e di interesse generale : a questo scopo abbiamo chiesto al Professore Andrea Romano ed al Professore Alessandro Mazzetti la loro visione del difficile rapporto tra Occidente e Russia in merito al conflitto in Ucraina considerando che la profondità della crisi è per i suoi riflessi di dimensione molto più ampia di una locale disputa territoriale.
L’anno che sta per chiudersi ha visto la nostra Associazione aumentare la sua visibilità e , credo anche il suo prestigio grazie ad un programma di attività dove sono stati coinvolti molti rappresentanti delle istituzioni, delle università e del mondo economico ed industriale e grazie anche a molteplici occasioni in cui il nostro Club ha partecipato a qualificati eventi dove abbiamo costruito importanti relazioni. Si sono così consolidati i rapporti con il Ministero degli Affari Esteri e con quello della Difesa dove mi piace citare la mia visita al Generale Luciano Portolano ( Capo di Stato Maggiore della Difesa ), al Generale Stefano Mannino ( Presidente del Centro Alti Studi della Difesa) e gli incontri con il Generale Rodolfo Sganga ( Capo di Stato Maggiore di JFC NATO Napoli) .
L’organizzazione del Club ha visto questo anno uno snellimento nella composizione del Direttivo che attualmente è composto dalla Prof.ssa Beatrice Benocci, dall’Ing. Roberto Marchesini , dal Prof. Andrea Pisani Massamormile e dal sottoscritto ed ha visto un significativo potenziamento del Comitato Scientifico che, sempre presieduto dal Prof. Adriano Giannola, si è arricchito di importanti professionalità esperte in molteplici discipline.
In maniera molto breve passo a ricordare le principali attività svolte nel 2025 :
– la presentazione i del IV° Saggio “ La Diplomazia Navale “.
– l’avvio della scrittura del V° Saggio dal titolo “ La Dimensione Subacquea”, tema di enorme rilevanza strategica ed a cui hanno contribuito prestigiosi autori del mondo accademico, e di quelli diplomatico e militare tra cu la Presidente del Polo Nazionale Subacqueo on. Roberta Pinotti e l’attuale Capo di Stato Maggiore della Marina Ammiraglio Giuseppe Berutti Bergotto.
– iI Convegno sulla Energia Geotermica ,dove questa fonte energetica è stata inquadrata nell’attuale contesto internazionale valutandone le possibili forme di utilizzazioni in Itali.a
– la V° Conferenza sullo Spazio svolta presso la Sede della Agenzia Spaziale Italiana dove si è discusso della vita dell’uomo sulla Luna e nello spazio e dove abbiamo ascoltato una dotta Lectio Magistrali del Gen. Luca. Goretti.
– l’ avvio di una collaborazione con gli uffici della Presidenza del Consiglio dei Ministri che curano il Piano Mattei per la stesura di un Progetto con cui ci si propongono “ i Farmaci fuori brevetto “ quali strumento di Cooperazione a sostegno del precario Sistema Sanitario di alcuni Paesi della sponda Sud del Mediterraneo.
Infine non posso non citare la mia indimenticabile esperienza vissuta nell’aprile del 2025 su Nave Cavour nell’ambito della esercitazione navale “ Mare Aperto “ dove sono stato accolto con apprezzatissima attenzione dal Comandante in Capo della Squadra Navale Ammiraglio Aurelio De Carolis e da tutto l’equipaggio. “In “arduis servare mentem”, suggestivo e profondo motto di Nave Cavour.
Guardando alle iniziative pianificate per il 2026 segnalo :
il progetto per la Costituzione di un Centro Studi a cui hanno aderito quali soggetti fondatori il Centro Nazionale delle Ricerche Dipartimento Scienze Umane , la SVIMEZ Sviluppo per il Messogiorno ed il Club Atlantico di Napoli e dove un efficace collegamento con il Ministero degli affari Esteri potrà rendere più istizionale le attività..
In questo istituto si tratteranno temi di natura culturale, geopolitica e scientifica coinvolgento oltre i fondatori tutti quei i soggetti – persone ed istituzioni – che per l’argomento che si andrà ad affrontare rappresentano i migliori interlocutori . Questo Centro Studi si proporrà con una prima iniziativa che sarà una Conferenza Internazionale sul possibile ruolo diplomatico della Religioni nelle diffuse crisi presenti nel Mediterraneo.
E’ prevista la pubblicazione del Saggio “ La dimensione Subacquea “ e la doppia presentazione a Napoli ed a Roma con la presenza degli Autori che hanno cortesemente contribuito al lavoro. .
Naturalmente si metterà in cantiere e sempre a cura del Club Atlantico di Napoli il Saggio 2026 che tratterà un tema ancora in definizione ma che sarà come i precedenti di sicura rilevanza.
Si continuerà a collaborare per il progetto “ Farmaci fuori brevetto “ con la Struttura Governativa che lavora al Piano Mattei , allargando la partecipazione agli Enti ed alle Aziende necessarie per attuare le fasi operative.
Infine è poi previsto lo stimolante impegno di affiancare i giovani universitari e le loro organizzazioni negli studi di geoeconomia e di politica internazionale e nella preparazione dei loro seminari formativi.
Concludo segnalandovi che oltre alla presente Newsletter di Dicembre 2025 troverete in allegato la presentazione aggiornata del Club Atlantico di Napoli con la descrizione della sua natura e delle sue attività , documento che se vorrete potete trasmettere a tutti coloro che ritenete interessati.
Buona lettura
Cari Lettori
mi permetto di anticipare sull’argomento Ucraina i due successivi scritti redatti da Figure di grande competenza e di grande prestigio , con una mia breve riflessione sul tema ricordando quanto scrissi sul Quaderno “ L’Europa che verrà “ all’insorgere del conflito ( ed a quel tempo Trump non era in carica ) .
Mi domandavo in quella pubblicazione come era possibile che l’Europa non scendesse in campo con tutta la sua forza diplomatica e con tutto il potere che gli derivava della sua forza economica e commerciale, per frapporsi tra i belligeranti, obbligarli a parlarsi per trovare un accordo ed impedire quanto è poi accaduto.
L’azione di pace che oggi Trump sta cercando di perseguire con grande difficoltà ( perchè nel frattempo ci sono stati migliaia di morti ed indescrivibili distruzioni ), non poteva essere nella fase iniziale del coflitto compito dell’Europa ?
Sarebbe stata una eccellente occasione per affermarsi finalmente sulla scena internazionale come una Unione non soltanto potente per una forte moneta comune ma anche rispettata per una visibile coesione in politica estera.
Invece l’Europa è subito scesa in campo schierata rinunciando quindi ad un ruolo diplomatico al di sopra delle parti.
Europa poi sempre più indecisa; basti ricordare l’inutile dibattito tra “il rafforzamento della NATO“ o “ la costruzione di un esercito europeo”. Anche questa discussione ha dato la misura di una politica europea incerta e frammentata.
Oggi dicevo è chiaramente schierata , è difatto pienamente immersa nel conflitto in una condizione senza margini di manovra senza poter giocare più un ruolo diplomatico. In più i propri popoli ed il proprio elettorato sono sempre più contrari ad un uleriore e maggiore coinvolgimento in questa guerra.
Nel frattempo gli Stati Uniti ha cambiato la sua dottrina , che oggi è : “ America first “ prima l’America con le sue priorità ; in questa situazione credo che a noi Europei convenga accompagnare e sostenere l’azione di Trump lavorando nel frattempo a rafforzare la NATO Europea.
E poi nel tempo proviamo a costruire una vera Unione Europea semmai con la Russia all’interno.
Giosue Grimaldi
Professore Andrea Romano
Professore di Storia contemporanea e Storia della Russia presso l’Università di Roma Tor Vergata, dove dirige il Cesarc (Centro di Studi e Analisi sulla Russia contemporanea) – andrea.romano@uniroma2.it
La Russia è sempre stata contro l’Europa? No, l’antieuropeismo di Mosca è una precisa scelta del regime putiniano
Non è la prima volta che la Russia si sceglie l’Europa come nemico. Solo nell’ultimo secolo, e prima di Putin, era già accaduto in tre diverse stagioni della sua storia. Dopo il 1917, quando la Russia sovietica passò dall’essere l’avanguardia della rivoluzione europea all’isolazionismo stalinista. Con l’inizio della guerra fredda, quando la fine dell’alleanza antifascista tra Urss e Alleati si accompagnò alla radicalizzazione del regime sovietico in senso xenofobo, nazionalista e per l’appunto antieuropeo. Infine con il periodo a cavallo tra anni Settanta e anni Ottanta, quando l’ultima e più massiccia stagione della militarizzazione sovietica puntò direttamente contro l’Europa occidentale.
In ognuno di questi casi, com’è accaduto negli ultimi anni con il putinismo, la contrapposizione della Russia all’Europa è stata il frutto di scelte politiche delle sue classi dirigenti. Scelte anti-europee che ogni volta andarono in senso opposto ad altre scelte, di segno invece filo-europeo, che erano state assunte da classi dirigenti diverse e sulla base di considerazioni politiche e culturali di segno opposto. La svolta anti-europea degli anni Trenta capovolse l’orientamento di quelle aree dello stesso partito bolscevico che avevano scommesso su una svolta rivoluzionaria di tutto il continente europeo, che poi non ci fu e che favorì l’isolazionismo staliniano. La rottura dell’alleanza antifascista nel 1947-48 cancellò anni di collaborazione politica e militare tra l’Unione sovietica e quello che poi sarebbe diventata l’alleanza euro-atlantica, dal 1941 e fino al termine della seconda guerra mondiale. L’ultima stagione della guerra fredda fu poi ribaltata dalla perestrojka di Gorbaciov, le cui politiche interne e internazionali rappresentarono una grande scommessa sulla possibilità di una integrazione tra Mosca e l’Europa.
Cosa ci racconta la storia, dunque? Che non esiste alcuna tendenza naturale della Russia alla contrapposizione con l’Europa. La cosiddetta “idea russa”, secondo la quale esisterebbe uno spirito russo immutabile nei secoli e inevitabilmente votato ad una proiezione esterna di segno anti-europeo, è una delle fantasie più dannose per comprendere la Russia di ogni tempo e (nello specifico dei nostri anni) per valutare la gravissima minaccia che viene dal putinismo alle nostre libertà e ai nostri diritti. Perché la storia ci dice invece che la Russia, come ogni altro paese della comunità internazionale, definisce i propri interessi nazionali in base a scelte politiche assunte dalle sue classi dirigenti. Il putinismo ha scelto intorno al 2012 di scommettere sulla contrapposizione con l’Europa, immaginando che fosse la soluzione per uscire da una grave crisi politica e di consensi qual era quella che stava vivendo il regime in quel passaggio storico.
Il primo tassello di questa scelta putiniana è nella costruzione del mito di una “umiliazione russa” ad opera dell’Occidente, che in realtà non vi fu mai e tantomeno alla fine dell’esperienza sovietica. Quel che accadde fu invece che l’Occidente destinò un’enorme quantità di risorse economiche e politiche dapprima per salvaguardare l’unità dell’URSS a fronte dei rischi legati alla sua disgregazione e poi alla transizione post-sovietica. Semmai l’errore che fece l’Occidente in quel passaggio storico fu di sostenere con entusiasmo (e molti soldi) la creazione di un contesto economico di mercato nella Russia ex sovietica ma di non impegnarsi abbastanza per sostenere lo sviluppo di quelle istituzioni dello Stato di diritto che erano del tutto assenti nell’Urss e che avrebbero forse potuto rallentare l’affermazione della dittatura putiniana. Eppure quel falso mito dell’umiliazione russa ad opera occidentale ha continuato fino ad oggi ad alimentare il revanscismo putiniano, integrandosi con una rappresentazione della perestrojka di Gorbaciov come “tradimento”, mentre qualsiasi studioso serio di storia sovietica ha spiegato che il crollo dell’Urss fu conseguenza di un collasso interno e dell’incapacità di quel sistema di reggere la competizione con l’innovazione economica, civile e di sicurezza dell’asse euro-atlantico.
Il secondo tassello della contrapposizione all’Europa è nell’idea putiniana di “Mondo russo” (Russkij Mir), anch’essa promossa ad ideologia di regime intorno al 2012-2014 da un gruppo di intellettuali vicini a Putin. Nella rappresentazione putiniana il cosiddetto “Mondo russo” è un soggetto molto più ampio della «terra dei russi». Una sorta di continente a tre cerchi concentrici: il primo è quello della Russia propriamente intesa, dove vivono i «grande-russi»; attorno a questo il cerchio della Russia come «nazione trina» (triedinaja nacija), che riunirebbe i russi accanto ai bielorussi e ai «piccolo-russi» (gli ucraini, che Putin non considera meritevoli di avere un proprio Stato indipendente e sovrano); il terzo cerchio è appunto quello del «mondo russo» dove altre popolazioni di lingua non slava vivono accanto a «grande-russi», bielorussi e «piccolo-russi». Nell’ideologia dell’imperialismo putiniano la Russia non è definita in chiave tradizionalmente etno-linguistica (e dunque non è solo la terra dove si parla russo) ma è rappresentata come una «civilizzazione» unitaria ed erede diretta dell’antica Rus’ di Kiev, all’interno della quale il russo è la lingua dominante e veicolare e dove per secoli avrebbero convissuto pacificamente altri popoli di altre lingue. Un mare dove confluirebbero vari fiumi (Edinnyj Potok, «flusso unico», secondo l’immagine coniata da Puškin nel 1831 e ripresa spesso dalla propaganda putiniana dopo essere transitata dallo sciovinismo grande-russo allo stalinismo post-bellico) naturalmente russo-centrico e guidato da Mosca, la cui secolare armonia sarebbe stata oggetto di tentativi di rottura da parte di potenze straniere (ieri «l’aristocrazia polacca», oggi «l’Occidente collettivo») o attraverso progetti politici divisivi e distruttivi (ieri il bolscevismo, oggi la democrazia liberale) con l’invenzione dell’Ucraina o con altre operazioni sostanzialmente secessioniste.
Una figura fondamentale per la definizione del concetto di “Mondo russo” è stata quella di Sergej Karaganov, presidente del Consiglio per la politica estera e di difesa della Federazione Russa, che tradizionalmente cura l’elaborazione della “ideologia di Stato”. “Dobbiamo definire l’idea nazionale di un sogno russo – ha scritto alcuni mesi fa Karaganov – perché senza grandi idee le grandi potenze cessano di essere tali o semplicemente scompaiono. Il mondo intero è costellato dalle rovine o dagli spettri di potenze che ad un tratto hanno smarrito la propria idea nazionale”. Sarebbe un errore derubricare l’annuncio di Karaganov come l’ennesima, chiassosa uscita di una delle tante comparse del regime. Innanzitutto perché proviene da un’istituzione centrale nel sistema ideologico del putinismo. Il Consiglio per la politica estera e di difesa lavora fin dalla sua creazione – negli anni Novanta – d’intesa con l’amministrazione presidenziale e con i principali ministeri del governo russo, è finanziato con fondi dello Stato e con generosi contributi di imprenditori amici del Cremlino ed è tra l’altro socio fondatore del Club Valdai (le cui conferenze annuali sono da tempo il palcoscenico preferito da Putin per annunciare al mondo le sue visioni di politica estera). Lo stesso Karaganov svolge da anni un ruolo fondamentale nella definizione del suprematismo putiniano, tanto da poter essere considerato come il padre del “Russkij Mir”. Karaganov iniziò a parlarne già nel 1992, all’indomani della dissoluzione dell’Unione sovietica, teorizzando la necessità che le minoranze di lingua russa che dopo la fine dell’Urss si erano ritrovate al di fuori dei confini della Russia avrebbero dovuto contare su Mosca come garante dei loro interessi e senza escludere iniziative militari di carattere preventivo per la loro tutela. Era di fatto il nucleo fondante di quello che sarebbe poi diventato il nuovo nazionalismo putiniano, incentrato da un lato su una rappresentazione strettamente etnica dell’identità nazionale russa e dall’altro sull’attribuzione a Mosca della missione di ricostituire anche con la forza uno suo “spazio vitale”. È anche per questa sua preveggenza che Putin ha sempre riconosciuto a Karaganov un ruolo di grande autorevolezza ideologica, lasciando ad esempio che il manifesto di teoria militare del 2014 e il documento strategico di politica estera del 2016 – entrambi dominati dall’idea del Russkij Mir – fossero ricordati sotto l’unico cappello di “Dottrina Karaganov”. Un ruolo a cui lo stesso Karaganov non si è mai sottratto, fino ad arrivare nel giugno scorso a lanciare sulla rivista Profil’ la proposta di un attacco nucleare preventivo di Mosca: “una decisione difficile ma necessaria” – ha scritto – “senza la quale non solo la Russia potrebbe soccombere ma, soprattutto, l’intera civiltà umana sarebbe destinata al tramonto”.
Oggi la fotografia putiniana dell’Europa come nemico è chiara e senza sfumature, come raccontano con grande abbondanza di particolari le stesse dichiarazioni delle agenzie del potere russo. Prendiamone una tra le tante (e tra le più chiare), nella quale l’Europa viene apertamente accusata di essere dominata da classi dirigenti nazi-fasciste. Nell’aprile scorso il Servizio d’intelligence per l’estero (Služba vnešnej razvedki, in sigla SVR, l’agenzia che svolge attività di spionaggio e controspionaggio al di fuori della Russia) ha pubblicato sul proprio sito web un post accompagnato dalla caricatura di Ursula von der Leyen trafitta dalle baionette di Russia e Usa, sul modello del celebre manifesto sovietico realizzato nel 1944 da Michail Čeremnych che ritraeva Hitler trafitto dalle baionette di Urss, Usa e Gran Bretagna sotto il titolo “L’ora si avvicina”. Il testo è una lunga tirata sulla “predisposizione storica dell’Europa verso varie forme di totalitarismo” e un’esaltazione della nuova/vecchia alleanza tra Russia e Stati Uniti: “Esiste una “predisposizione storica” dell’Europa verso varie forme di totalitarismo, che ciclicamente danno origine a conflitti distruttivi di portata globale”. Nell’articolo, si sottolinea che l’America deve la propria libertà alla volontà degli antenati degli odierni americani di opporsi a simili forme di dispotismo, sia essa la monarchia britannica o la rivoluzione giacobina. Viene sottolineato che l’“imperialismo liberale” britannico rappresenta una forza ancor più duratura — e dunque ancora più distruttiva — del fascismo, poiché dotato di una “elasticità ideologica” che gli consente di distorcere i fatti a proprio vantaggio, occultare la realtà e adattarsi abilmente a nuove condizioni storiche. È legittimo domandarsi perché un servizio d’intelligence come l’Svr assuma una posizione pubblica tanto rumorosa, quando certamente non manca al Cremlino una grande abbondanza di strumenti comunicativi. La risposta è nel profilo di Sergej Naryškin, che dal 2016 dirige l’Svr ma che prima di allora è stato protagonista della politica putiniana della storia: nel 2009 venne collocato alla guida della “Commissione presidenziale per il contrasto ai tentativi di falsificazione della storia che danneggino gli interessi della Russia”, incubatore di quella che dal 2012 diventerà la “Società di storia militare” a cui il regime ha affidato il coordinamento e il controllo delle politiche di narrazione pubblica della storia. È dunque comprensibile che Naryškin abbia conservato un’attenzione personale e politica alla manipolazione putiniana della storia.
In conclusione è utile sottolineare ancora una volta come la rappresentazione putiniana dell’Europa, che queste dichiarazioni espongono molto chiaramente, sia il prodotto di scelte politiche delle classi dirigenti putiniane e non l’esito inevitabile di una sorta di “predisposizione naturale” di una “Russia eterna” che non esiste. Sono esattamente quelle scelte che hanno condotto Mosca ad aggredire militarmente l’Ucraina, nella prima guerra d’invasione che l’Europa abbia conosciuto dopo il 1945, perché per il putinismo non era tollerabile che l’Ucraina avesse scelto l’Europa invece del “mondo russo”. E proprio dalla difesa della sovranità e della libertà dell’Ucraina passa la possibilità di spingere Mosca a capovolgere, per l’ennesima volta, questa strategia antieuropea per ritrovare (come tutti speriamo) la strada di una integrazione con l’Europa che passi innanzitutto dal riconoscimento dei valori di libertà, dialogo e cooperazione che hanno retto dal secondo dopoguerra la comunità euroatlantica.
Dott. Alessanro Mazzetti
E’ un ricercatore indipendente e geopolitico, con un curriculum che evidenzia studi e pubblicazioni su temi di politica internazionale, in particolare sul ruolo della Russia e sulle dinamiche euro-mediterranee e mondiali, lavorando spesso in collaborazione con istituzioni accademichè. E’ membro del Comitato Scientifico del Club Atlantico di Napoli.
La Russia, cenni storici e le dinamiche contemporanee
Analizzare la Russia oggi è impresa assai difficile a causa di una serie di fattori non tutti riconducibili al mero conflitto ancora in corso in Ucraina. Bisogna però ammettere che dall’inizio della guerra i mas media e molti analisti hanno raccontato una particolare visione assai distopica del complesso e articolato mondo russo che inevitabilmente non solo non rende giustizia a ciò che sta accadendo davvero, ma che rende la realizzazione di una analisi serena cosa assai complicata. Cercheremo, in questo breve scritto, di fare un po’ di chiarezza analizzando solo alcuni aspetti di maggiore interesse. In primis occorrerà ribadire che il complesso delle realtà russe sia indubbiamente multiforme, ma lo possiamo ascrive ad una appartenenza e realtà economica, politica e storica occidentale ancor più che asiatica. Per cui si respinge in blocco la recente narrazione secondo la quale la Russia sia una realtà terza all’Europa. Una narrazione totalmente astorica che inibisce ed impedisce un sereno ragionamento sulle tante dinamiche geopolitiche e geoeconomiche del Cremlino. Per cui considerare la Russia esterna alla storia politica, economica e militare europea è semplicemente un falso storico. In realtà bisognerebbe ricordare anche le ottime relazioni più che secolari che la Russia ha avuto con lo stato a stelle e strisce. Infatti, l’antica terra degli zar fu la prima potenza europea, se pur con eccezionale discrezione, a sovvenzionare economicamente la Rivolta delle Tredici Colonie. Da lì nacque una grande amicizia tra Washington e San Pietroburgo. Certo la zarina aveva i suoi buoni motivi per infastidire lo strapotere inglese che inibiva il commercio russo nel Baltico, nel Mediterraneo ed attuava politiche concorrenziali nel sud est asiatico. Ma non di meno dall’aiuto russo alle colonie americane nacque una amicizia che durò per decenni giungendo ben oltre alla fine del primo conflitto mondiale nonostante la Rivoluzione d’Ottobre. Altro esempio assai indicativo lo ritroviamo nella guerra russo-giapponese di inizio secolo scorso. Possiamo certamente considerarla una guerra per procura tra Inghilterra e Russia. I russi furono i primi a giungere in Giappone, ma non ebbero la prontezza di attivare e sostenere immediatamente lo scambio commerciale, cosa che fu meravigliosamente sfruttata dagli americani. Durante quel periodo assai dinamico grazie anche alle accelerazioni imposte dalle scoperte scientifiche il conflitto nel Pacifico tra San Pietroburgo e Tokio fu indubbiamente una guerra europea che vide contrapporsi Francia, Germania e Russia, contro Inghilterra, Giappone, Stati Uniti e in minima parte anche il giovane Regno d’Italia. Anche in quella circostanza, comunque, i rapporti tra Washington e gli zar non si incrinarono tant’è che fu proprio Teddy Roosevelt a mitigare notevolmente la posizione russa nonostante le dure disfatte in mare e le sconfitte terrestri dell’esercito zarista. Una cosa sorprendente per i giapponesi che da vincitori dovettero attenuare eccezionalmente le pretese nipponiche territoriali ed economiche tanto da far dire al ministro degli esteri Vitte al suo ritorno a San Pietroburgo allo zar che avevano perso la guerra ma vinto la pace. Certamente le preoccupazioni a Washington erano legate non solo alla storica amicizia con la Russia, ma risiedevano soprattutto nella penetrazione indo-pacifica del Giappone che dopo aver sconfitto i cinesi erano riusciti a sconfiggere una potenza militare europea grazie anche al loro aiuto. Comunque, il conflitto non chiuse l’amicizia tra i due blocchi, ma costrinse i russi ad abbandonare un atteggiamento concorrenziale con l’Inghilterra chiudendo con Londra una serie di querelle nel settore indo-asiatico. Con il conflitto russo-giapponese Londra era riuscita ad eliminare una delle sue più grandi concorrenti, se non la prima, asiatica. Certo per Londra rimanevano alcuni problemi come la nascente concorrenza pacifica degli Stati Uniti, il continuo infiammarsi dei conflitti tra il Canada e Washington e la crescente concorrenza mercantilistica tedesca che puntava anch’essa verso l’Africa e il Pacifico per implementare la propria emanazione geopolitica. In più e bene ricordare che cento anni prima di questo conflitto fu proprio lo zar Alessandro a guidare quella coalizione di Stati europei che sconfisse Napoleone Buonaparte, il gran ladro d’Europa in persona come veniva chiamato dalla stampa inglese. Insomma, proprio la storia della Russia ci conferma inequivocabilmente che si tratta di una realtà certamente europea ed occidentale. Le cose iniziarono a cambiare proprio con la Grande Guerra, indubbiamente figlia diretta degli accadimenti svoltesi durante la guerra russo-giapponese. Le cose andarono come tutti sappiamo e la Russia zarista cadde in uno stato di depressione e devastazione. Con la rivoluzione bolscevica gli alleati europei divennero quasi immediatamente i carnefici più spietati. Infatti. l’intenzione inglese era quella di sostenere i movimenti secessionisti antibolscevichi che stavano nascendo e consolidandosi in Finlandia, Siberia, Ucraina e nel Caucaso; dunque, impedire lo sfruttamento da parte teutonica delle immense risorse ucraine ed incentivare nel sud della Russia la creazione di Stati autonomi e anti-massimalisti come la Georgia, l’Armenia ed il Caucaso. Tale accordo, Convention entre la France e l’Angleterre au subjet de l’action dans la Russie méridionale, fu siglato segretamente il 23 dicembre del 1917 a Parigi all’insaputa dei governi italiano ed americano. La Russia del Sud era stata divisa in zone di azione militare: agli inglesi furono affidati i territori cosacchi, il Caucaso, l’Armenia, la Georgia e il Kurdistan; ai francesi la Bessarabia, l’Ucraina e la Crimea. In pratica a Parigi vi fu una vera e propria spartizione non solo di sfere d’influenza, ma dei territori da assegnare durante la conferenza della pace tra Londra e Parigi. Se è pur vero che questa conferenza ebbe luogo quasi contestualmente con gli inizi dei lavori di pace a Brest-Litovsk e che le potenze alleate erano ben coscienti della volontà tedesca d’annichilire definitivamente l’ex Impero Russo parcellizzandolo, cosa che poi avvenne in misura maggiore di quanto fosse stato preventivato, è anche vero che il memorandum in questione fu concordato prima della fine di tale pace. Impressiona come il disegno politico tedesco della parcellizzazione e dello smembramento dell’ex impero russo sia pressoché identico a quello formulato dal governo inglese e francese. Le recenti dichiarazioni dell’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza Kaja Kallas vanno proprio in questa direzione. Comunque, con lo scoppio della pace di Versailles la Russia si ritirò dalla scena internazionale, cosa che fecero anche gli Stati Uniti. Vi fu la Seconda guerra mondiale e gli anni dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche che vide il mondo diviso in due blocchi. La nascita dell’ONU non fu motivo sufficiente per garantire le nazioni occidentali, così, quasi contestualmente, nacque anche la NATO poiché in fondo le nazioni continuarono a sentirsi maggiormente tutelate con il vecchio sistema delle alleanze come ebbe già a sostenere Clemenceau durante Versailles: “Esiste un vecchio sistema di alleanze chiamato equilibrio delle forze, un sistema al quale non rinuncio e che costituirà il mio pensiero guida alla Conferenza di pace”. Insomma, tutto cambia e nulla muta come avrebbe sostenuto Giuseppe Tommasi di Lampedusa. Il paradiso del lavoratore crollò insieme al muro di Berlino ed il sogno socialista sovietico si spense. La Russia che per decenni si sentì sola ed accerchiata decise di accettare il sistema economico che aveva tanto combattuto. In quel periodo la leadership moscovita che si susseguì fu sempre impegnata a salvare il salvabile. Il gigante che per decenni aveva tenuto il mondo libero con il fiato sospeso ora era divenuto una potenza marginale e regionale. Nel frattempo, alla Casa Bianca analisti si scontravano tra chi era disposto ad aiutare l’ex nemico e chi invece era dell’avviso che fosse finalmente giunto il momento per un attacco definitivo. La deterrenza nucleare che comunque Mosca continuò ad avere indusse gli analisti americani a più miti consigli. L’Europa unita che si era costituita anche se non soprattutto per contrapporre al sogno comunista il sogno di un unico popolo europeo iniziò a rallentare e prendere sempre più una deriva tecnocrate e burocratica. Ora mancava la spinta sovietica e il nemico d’abbattere. La Russia dell’inizio millennio però era già cosa diversa da quella di fine secolo scorso. Putin al governo fece comprendere che, pur riconoscendo lo status di super potenza agli Stati Uniti la Russia avrebbe difeso gli interessi del popolo russo. Il mondo era nuovamente cambiato. Le dinamiche di potere della guerra fredda erano destinate a scomparire poiché il nuovo millennio si muove lungo le rotte commerciali, il controllo degli stretti, la strategia dei porti e le creazioni di reti infrastrutturali interconnesse. Per cui mentre Washington si crogiolava nella consapevolezza di aver vinto la guerra fredda, la Cina intesseva da decenni, in modo silente, una serie di rapporti commerciali internazionali tesi a trasformare l’antico impero cinese in una potenza talassocratica. Proprio la caduta del muro convinse il governo cinese, rimasto l’unica potenza ancora socialista, a trasformarsi in una potenza commerciale talassocratica per uscire dal contesto regionale. Infatti, i recenti lavori di Suez non sono stati una opportunità sfruttata dai cinesi, ma una realtà voluta da Pechino. In questa dinamica Mosca è stata costretta a barcamenarsi e a stilare nuove strategie economiche, commerciali e di penetrazione, mantenendo però delle linee guida consolidate nei secoli dal tempo di Pietro il grande. Infatti, il governo russo ha sempre cercato di garantirsi e consolidare l’accesso ai mari ed oceani. Baltico, Pacifico, Mar Nero e Mediterraneo sono punti imprescindibili della politica russa sin dal sedicesimo secolo. Una politica che traccia una linea di continuità dal tempo degli zar, all’esperienza comunista fino a giungere ai giorni nostri. Ma cos’è davvero cambiato in questo secolo? In verità moltissime cose. La Russia ha puntato molto, se non tutto, sulle linee di comunicazioni marittime e sulle materie prime. Da qui la centralità di rafforzare la sua presenza nei mari realizzando una politica più elastica ben consapevole che se pur aveva riguadagnato un ruolo di primissimo piano in ambito internazionale aveva, comunque, dimensioni geopolitiche assai più ridimensionate confronto ai governi di Pechino e Washington. In questo secolo è giunto in usbergo di Mosca lo scioglimento dei ghiacciai che ha consentito alla Russia di essere indubbiamente la padrona della rotta Artica orientale. Ossia quel lungo, ma rapido tratto di mare che unisce il Pacifico all’Atlantico per poi congiungersi alla Nuova Via della Seta grazie al Mediterraneo che da mare dall’importanza geopolitica oceanico non è più Mare tra le terre, ma Mare tra le Rotte. Un ruolo che, se valorizzato adeguatamente dal governo italiano potrebbe cambiare non solo i destini nazionali, ma anche quelli europei ed atlantici. Comunque, il controllo militare e commerciale della rotta Artica ha messo la Russia in una oggettiva condizione di vantaggio su molte nazioni non solo europee. In più il fiorire di giacimenti di NGL a Sabetta, nella Baia di Ob e nei mari della Siberia ha conferito non solo ricchezza e liquidità economica a Mosca per altri investimenti, ma è stato elemento attrattore per il potenziamento di vecchie alleanze e cavallo di Troia per nuove. Infatti, l’energia a basso costo dà il vantaggio di accrescere notevolmente non solo la produttività industriale, ma anche la concorrenza commerciale. Se a nord il controllo della rotta Artica costituisce un punto di assoluto vantaggio per Mosca che controlla quel segmento di mare capace di diminuire i tempi e quini i costi di trasporto da Pacifico all’Atlantico, nel Baltico la situazione si fa sempre più caotica e complicata, con l’ingresso di molte nazioni rivierasche nella NATO e la creazione di una ZES unica (Zona Economica Speciale) polacca che ha il compito principe di intercettare e inibire il commercio russo. Le cose vanno meglio nel Mediterraneo che in questo contesto va percepito nella sua dimensione “allargata” e quindi geopolitica. Infatti, la Russia contemporanea è riuscita nell’impresa di stabilirsi solidamente nel Mediterraneo. Stendendo una serie di alleanze, investendo nella portualità l’antica terra degli zar è finalmente riuscita a passare i Dardanelli. Porti in Siria, in Libia e porti “amici” anche in Adriatico le conferiscono certamente un ruolo Mediterraneo. Che vi sia una dimensione navale è indubbio e che il controllo delle rotte commerciali ed industriali sia percepito dal governo del Cremlino come una questione centrale è indubitabile. In questa chiave di lettura va analizzata la forte penetrazione russa in Africa che però si sviluppa anche come unico competitore reale a quella turca e cinese. L’acquisizione del porto nel sud del Sudan sul Mar Rosso conferma la validità degli assunti precedenti. In più la strategia penetrativa russa ha molteplici facce. Infatti, possiamo dire che, se esercita in modo classico la pressione determinata dal suo apparato militare e dalla sua industria di guerra, Mosca da anni continua a sviluppare strategie penetrative a diversissimi livelli spesso ignorati da molti analisti e quasi interamente dai mas media. Gli esempi più eclatanti li possiamo ritrovare in una vera e propria geopolitica religiosa e nella recente guerra dei vaccini adoperata come e proprio passepartout, si pensi al caso campano quando il governatore de Luca comprò 5 milioni di vaccini russi. In quel frangente il mondo si era diviso in nazioni produttrici di vaccini e no. Con il ridimensionamento del Covid l’azione di penetrazione finì, ma non di meno rimane il tentativo di Mosca di aprirsi spiragli geopolitici importanti tramite il proprio vaccino Sputnik. Di assoluto interesse è invece la dinamica religiosa elemento fondante per la mentalità e la struttura statuale russa. Mosca, in un clima di immigrazione incontrollata, si pone a tutto il mondo cristiano come ultimo baluardo della vera fede dopo la caduta di Costantinopoli e il progressivo decadimento morale e spirituale di Roma. Tale strategia di lungo periodo tende ad attirare a sé i favori dei popoli in primis che delle nazioni. Una strategia che da anni dà i suoi frutti poiché mentre i numeri delle confessioni cristiane decrescono quella ortodossa incrementa sensibilmente. L’immigrazione islamica, che tende a modificare la tradizione dei paesi ospitanti, aiuta questa dinamica, mentre l’Europa tecnocratica continua a ripudiare la sua origine cristiana causando fratture notevoli con i suoi popoli. In questo quadro assai complesso, articolato e fluido si inseriscono, naturalmente, le dinamiche americane. Probabilmente Washington sta vivendo il periodo più buio da quando è divenuta una super potenza. Anche la struttura portante su cui ha costituito il suo status di potenza, ci riferisce alla dottrina Monroe, oggi è sotto attacco come viene dimostrato dal caso venezuelano e messicano. Altro duro colpo proviene dall’oriente poiché Pechino tramite la Brics e RCEP non solo tende a sostituire il dollaro con lo yuan nello scambio internazionale, ma implementa la propria penetrazione anche nel sud e centro America giungendo perfino a progettare un secondo canale nel Nicaragua. Un assalto al canale di Panama sarebbe attaccare frontalmente il pivot su cui si basa il potere economico americano. Però è opportuno notare come parte della politica estera americana abbia seguito due filoni ben precisi che negli ultimi anni si sono alternati a causa dei diversi presidenti. Infatti, se per Biden ed il suo staff era indispensabile impedire la penetrazione russa in Europa, in modo da impedire la creazione di un monolite economico ed industriale euro-asiatico (Mackinder), per Trump il vero pericolo era ad oriente e perciò era preferibile avere se non una Russia alleata o almeno neutrale-benevola, poiché lo scontro con il pericolo giallo era ed è ineluttabile. Tale questione spiega parzialmente le odierne dinamiche di pace tra Russia ed Ucraina. A tal punto è interessante notare come la riluttanza del governo europeo ad una soluzione di pace concertata tra Stati Uniti e Russia sia determinata presumibilmente da due fattori: 1- La necessità di nascondere la propria irrilevanza internazionale; 2- la tendenza della leadership europea ad aver sposato la tesi democratica antirussa, senza però progettare una propria strategia. Comunque, la Russia si appresta a vincere la guerra ed è tempo di ragionare se l’abbia vinta solo tatticamente o strategicamente, ma molti dilemmi permangono. Sta di fatto che il conflitto non solo ha allontanato Mosca dal contesto europeo ed occidentale, ma abbia avvicinato pericolosamente la Russia alla Cina. Un dramma prospettico di cui non si parla sufficientemente. Il Cremlino è stato l’artefice della triangolazione tra Pechino e Nuova Delhi distruggendo de facto la strategia contenitiva del Quad (India, Stati Uniti, Giappone e Australia) così intelligentemente voluta dal governo giapponese e dalla prima presidenza Trump. Un dilemma notevolissimo poiché ha parzialmente spuntato una struttura internazionale importantissima per il contenimento dell’espansionismo cinese nell’indo-pacifico. Quindi non solo il Cremlino ha messo da parte le tante crisi con Pechino (per esempio la continua immigrazione cinese in Siberia che sta trasformando non solo la natura delle città siberiane, ma creando insediamenti industriali finalizzati a rifornire la Cina di Materie prime come il legno ed altro), ma anche il governo di Nuova Delhi si è avvicinato al nemico cinese mettendo in secondo piano le tante querelle nello Xinjiang. Sta di fatto che comunque Mosca non possa schiacciarsi troppo sulle posizioni cinesi; quindi, dovrà trovare e sviluppare nuove strategie per non dover vivere all’ombra di Pechino. Per cui è facile pensare che si possano creare notevoli spazzi d’intervento, magari aspettando che l’Europa comprenda cosa voglia fare davvero da grande, ma questa è un’altra storia.