AFGHANISTAN: TERRA STRATEGICA PER ATTORI REGIONALI E FORZE JIHADISTE

In questi ultimi anni, grazie all’impegno delle Forze Armate impiegate sul campo e ai numerosi giornalisti inviati a documentare la missione, abbiamo pian piano riscoperto l’Afghanistan, il suo territorio montuoso e il clima secco e arido, così come le polveri alzate dalle bombe e le costruzioni in rovina.
Si tratta di un dramma quotidiano che gli Afghani vivono per via della guerra civile e delle insurrezioni dei Talebani ma anche di un disordine più remoto che risale alla fase della competizione bipolare e all’invasione sovietica del ’79, che già all’epoca ebbe ampio risalto sulle cronache occidentali e mondiali, soprattutto per la lunga guerra di liberazione che seguì l’occupazione. Tuttavia la precarietà della sicurezza va ben oltre la questione della presenza dei Talebani sul territorio.

                                                      

Accanto alla più documentata e conosciuta presenza talebana si deve ricordare l’insieme di altre organizzazioni locali che contribuiscono a portare avanti pratiche di sovversione con finalità che potremmo definire “locale”. A questo tipo, in questi anni si è aggiunto il progetto terroristico di Daesh improntato su scala “globale” che, come già abbiamo avuto modo di sostenere, vede nella caduta di Mosul il pretesto per continuare ad estendere in altre aree il suo proselitismo e controllo.

Tra l’espansione regionale di Daesh e le mire locali afghane non vanno, inoltre, dimenticate le strategie degli attori regionali o che confinano con il paese, ovvero Pakistan, Iran, Russia, India, Cina e StatiUniti.

Talebani
Il movimento dei Talebani nasce ufficialmente nel 1994 nel Nord del Pakistan come organizzazione di studenti (il termine “talebano” significa, infatti, “cercatore di conoscenza, studente”) di etnia pashtun in gran parte provenienti da campi profughi afghani e militanti istruiti a una versione rigorista e integralista dell’islam sunnita. Sotto la guida spirituale del mullah Mohammad Omar, gli studi sarebbero stati condotti nelle scuole religiose islamiche, madrase, finanziate da filantropi pakistani e arabi. Il movimento fonda, però, le sue radici, ancor prima, nella lotta condotta in Afghanistan tra il 1969 e il 1989 da parte dei mujaheddin contro l’Unione Sovietica, nel cui composito contesto della resistenza antisovietica i gruppi di etnia pasthtun giocarono un ruolo importante.
Dopo il ritiro sovietico dall’Afghanistan, è conseguita una polarizzazione dello scontro interno lungo linee religiose, tribali ed etniche sfociata ben presto in una guerra civile dalla quale è emerso il movimento talebano che ha, così, operato per riportare la stabilità e imporre alla società la versione estrema della sharia, nella convinzione che la sofferenza del popolo afghano derivi dalle lotte di potere tra gruppi afghani che non aderiscono al codice morale dell’Islam così come dalla presenza di stranieri.
Dalla presa della città di Kandahar nel 1994 il gruppo si è notevolmente accresciuto, espandendosi soprattutto in Pakistan, fino a diventare il gruppo di ribelli più vigoroso in Afghanistan, vantare un controllo del 90% del territorio intorno al 2000, e insediare un vero e proprio governo talebano di tipo totalitario, l’Emirato islamico dell’Afghanistan, tra il 1996 e il 2001, riconosciuto solo da Pakistan, Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti.
Gran parte delle attività del regime furono inizialmente indirizzate a reprimere l’illegalità diffusa e le resistenze al loro regime, in particolare nell’area settentrionale del paese, tuttavia l’imposizione rigida della sharia, le gravi violazioni dei diritti umani (in particolare nei confronti delle donne e delle minoranze) e, infine, il rifiuto di consegnare il leader di al-Qaeda Osama Bin Laden – che, rifugiato in Afghanistan, aveva sfruttato l’ospitalità del regime talebano per organizzare la struttura di al-Qaeda e impiantare nel paese alcuni campi di addestramento per i suoi miliziani – portarono all’intervento delle forze internazionali guidate dagli Stati Uniti a sostegno del Fronte Unito della cosiddetta Alleanza del Nord, e al rovesciamento del governo dei Talebani.

Nonostante l’interesse internazionale e statunitense e l’impegno nell’eliminazione dei Talebani, il gruppo detiene ancora roccaforti nella parte meridionale e orientale del Paese e non è mai stato classificato, designato o elencato come organizzazione terroristica , ma come gruppo di insorti armati che guida una rivolta contro il governo sostenuto dall’Occidente a Kabul. La sua struttura di leadership è composta da leader talebani afghani, ha sede a Quetta ed è conosciuta come “Shura di Quetta”.
Risorse
Fin dagli anni ’90, gran parte delle finanze talebane si basa sulla produzione del papavero e sul narcotraffico, tanto da annoverare nel 2007 l’Afghanistan come il primo produttore di eroina, con un primato produttivo al 93% su scala mondiale. Le finanze talebane sono, inoltre, integrate con successo grazie agli introiti derivanti dallo sfruttamento illecito delle risorse minerarie e di idrocarburi di cui l’Afghanistan è ricco, ma anche grazie a donazioni provenienti da moschee, fondazioni, associazioni e privati generalmente appartenenti agli ambienti arabi e con motivazioni spesso religiose o caritatevoli.

The 2016 UN World Drug Report illustrates international trafficking flows of heroin occurring primarily through southern regions of Pakistan and Iran.

Organizzazioni minori

La minaccia delle forze di insurrezione rappresenta in Afghanistan una sfida da non trascurare. Nell’area afghano-pakistana, infatti, operano più di 20 organizzazioni terroristiche e gruppi di insurrezione, di cui 13 principalmente attivi in Afghanistan e altri 7 in Pakistan. In Afghanistan e lungo i suoi confini tra i più noti si annoverano al-Qaeda e suoi affiliati, Haqqani Network, Lashkar-e-Tayyiba, Isil-K e il Movimento Islamico dell’Uzbekistan (IMU). La densità dei gruppi armati non statali aggrava il quadro dell’insicurezza del paese e della regione in quanto le affiliazioni di tali gruppi regolano anche gli andamenti delle capacità delle organizzazioni maggiori.

Tra i casi più eloquenti si ricorda l’avvicinamento Talebani-al-Qaeda ma anche l’alleanza strategica Talebani-Haqqani Network, un’organizzazione militante sunnita nata negli anni ’70, operante nella regione sud-orientale dell’Afghanistan e nelle zone tribali ad amministrazione federale nord-occidentale (FATA) in Pakistan, responsabile di aver introdotto in Afghanistan gli attentati suicidi e averne condotti anche contro la coalizione Usa in Afghanistan.

Daesh vs Talebani

Gran parte della leadership talebana continua ad opporre resistenza a Daesh, e resta forte del sostegno di al-Qaeda ufficializzato nel 2015 dal leader qaedista Ayman al Zawahiri. Dall’ottobre 2014 è, però, documentata l’affiliazione tra un nucleo di Talebani pakistani e Daesh che si è consolidata nella istituzione di una vera e propria branca dello Stato islamico nella regione del Khorasan (unità Wilayat Khorasan), tra l’Afghanistan e il Pakistan, nella conquista poi di vari distretti e nel tentativo di ricreare l’autentico Stato Islamico dell’Afghanistan.
All’anima prettamente pakistana si sono unite figure di spicco della militanza talebana afghana, tra cui ricordiamo Khadin, ex detenuto di Guantanamo (2001-2007), e comandante militare ad Herat, nonché membro della scorta selezionata del Mullah Omar e, a partire dal 2010, di governatore ombra della provincia di Uruzgan, nella parte centro-meridionale del Paese.
Nonostante i suoi forti legami con i vertici militari talebani, il suo personale avvicinamento all’interpretazione salafita dell’Islam ha portato ad un progressivo raffreddamento dei rapporti con la leadership talebana e, in particolare, con la Shura di Quetta.

L’Afghanistan terra contesa

Dopo esser stato luogo di raccordo di istanze estremiste principalmente anti-governative e miranti ad ottenere una voce politica su scala nazionale e internazionale, l’Afghanistan è divenuto un luogo di scontri ideologici radicali, di divergenze degli approcci internazionali e caratterizza da sempre le dottrine di profondità strategica dei paesi confinanti o vicini.

Pakistan. Il ruolo giocato dal Pakistan è stato essenziale per permettere la nascita e crescita del movimento talebano, che nello stesso Pakistan ha prosperato sotto il gruppo terroristico Tehrik-i-Taliban Pakistan (TTP). Probabilmente gli insorti afghani dei primi anni ’90 non avrebbero potuto prosperare senza il santuario pakistano: dietro i finanziamenti iniziali alle madrase e il sostegno dato ai Talebani nei territori a maggioranza etnica pashtun nel Nord del Pakistan, vi era l’intento di favorire l’azione offensiva talebana in funzione della destabilizzazione del governo di Kabul e installare un nuovo governo più vicino al Pakistan. La profondità strategica pakistana mirava, infatti, ad evitare che Islamabad venisse accerchiata ad Est dalla rivale India e ad Ovest da uno stato, l’Afghanistan, che fosse filo-indiano. Al contempo, l’Afghanistan avrebbe funto da retrovia per un eventuale bisogno pakistano in funzione anti-indiana e da porta per il commercio pakistano ai
nuovi stati dell’Asia centrale.

Russia.

Mosca, che al tempo del confronto bipolare confinava con l’Afghanistan, ha a lungo considerato questo territorio nell’ambito della sua sfera di influenza, tanto da invaderlo nel 1979 e precipitare nella guerra decennale di cui abbiamo accennato. Oggigiorno, è manifesta la sua volontà di affermarsi come attore regionale partecipante e indispensabile, e renderlo noto attraverso un ampliamento del suo raggio d’azione rispetto agli Stati Uniti, pertanto il coinvolgimento russo in Afghanistan include proposte di investimento, programmi culturali e diplomatici, supporto finanziario al governo centrale. Secondo la visione della Russia, inoltre, sembrerebbe plausibile che il rafforzamento dei Talebani possa risultare funzionale ad ostacolare la diffusione di Daesh in Afghanistan, e abbia ripercussioni, quindi, anche sui militanti islamisti in Cecenia. Non va escluso, inoltre, che Mosca voglia minare gli sforzi di contro-insurrezione degli Stati Uniti in Afghanistan per
evitare che Washington si affermi nel Paese per contrastare a livello regionale l’Iran.

India.

Dopo la fase di avvicinamento con la Russia degli anni ’60, negli anni ’90 la politica indiana è stata allineata a quella russa e iraniana in Afghanistan nel contrasto ai Talebani, sponsorizzati dal Pakistan, ovvero il paese contro cui l’India ha combattuto 4 guerre. Il progressivo cambio di vista di Mosca nei confronti dei Talebani e del Pakistan solleva ora timori sulla potenziale deviazione dall’approccio condiviso. L’India confida, quindi, negli sforzi di stabilizzazione condotti dagli Stati Uniti in Afghanistan, di cui resta uno dei primi donatori, mantenendo avversità nei confronti del Pakistan in quanto la presenza talebana potrebbe esacerbare l’insurrezione nel Kashmir, zona disputata da India, Pakistan e Cina.

Iran.

Le influenze arabe alla causa talebana e i legami con al-Qaeda hanno portato l’Iran sciita a contrastare i Talebani, per giunta visti come una creazione statunitense. Tuttavia, la presenza di Daesh finisce inevitabilmente per accrescere la complessità del quadro. Il collegamento di Daesh ai Paesi del Golfo porta Teheran a coltivare un rapporto selezionato ed attento con il movimento talebano, un rapporto che può essere storicamente inteso in chiave sia anti-statunitense sia di contrasto regionale e, al contempo, similmente all’approccio pakistano, volto ad esercitare influenza sulle forze politiche di un potenziale governo di Kabul.
Cina. Il carattere regionale e non strettamente nazionale della questione afghana è confermato anche dal sempre maggiore coinvolgimento di Pechino, che recentemente ha assunto un ruolo anche nei tentativi di dialogo tra le principali potenze, ospitando il primo forum tra i ministeri degli esteri afghano e pakistano con l’obiettivo di istituire un dialogo trilaterale. Tra i motivi che spingono la Cina ad interessarsi è la presenza di combattenti appartenenti all’etnia uigura e residenti nella provincia occidentale della Cina, lo Xinjiang, che si sono uniti alle fila di al-Qaeda in Afghanistan. Il timore di Pechino è che un loro rafforzamento porti a tentativi di destabilizzazione in Cina. Al contempo, da parte cinese non va dimenticato il lato economico e commerciale e l’importanza che l’Asia meridionale rappresenta nella strategia cinese della “nuova via della seta” soprattutto da quando è stato raggiunto l’accordo per il Corridoio economico di 3.000 km tra Cina e Pakistan

(CPEC) per le cui infrastrutture Pechino investe miliardi di dollari. Il coinvolgimento del Pakistan e, potenzialmente anche dell’Afghanistan, nel progetto economico-commerciale sarebbe un modo già sperimentato da Pechino per far rientrare anche questi paesi nella sua sfera di influenza, sfidando senza dubbio il ruolo degli Stati Uniti nella regione.
Stati Uniti e missione NATO.

A seguito dell’attentato dell’11 settembre 2001 alle Torri gemelle, gli Stati Uniti sono intervenuti in Afghanistan per contrastare al-Qaeda. Dopo il rovesciamento dell’Emirato islamico dell’Afghanistan è stata autorizzata dall’Onu una missione di supporto al governo afghano nella lotta contro i Talebani e al-Qaeda.
La missione, passata sotto il cappello della NATO, era incaricata di sorvegliare inizialmente la capitale Kabul e facilitare la transizione governativa, e dal 2003 di operare anche nel resto dell’Afghanistan. Dal 2014 l’impegno della NATO si è accresciuto nell’ambito della più ampia missione “Resolute support” che, avviata su richiesta del governo afghano, mira a prevenire che il Paese sia santuario di terroristi capaci di esportare violenza attraverso il supporto alla sicurezza, allo sviluppo socio-economico e politico del Paese. Per farlo, i Paesi NATO si concentrano su diversi settori, innanzitutto assistendo le Forze di sicurezza afghane (ANDSF) nell’obiettivo di colmare le loro carenze nelle capacità attraverso attività di formazione e consulenza alle istituzioni di sicurezza ma anche fornendo una più moderna attrezzatura (piattaforme ISR, sistemi di artiglieria..).

Italia.

La formazione e la preparazione delle Forze afghane resta una delle priorità della missione NATO, alla quale l’Italia partecipa in qualità di secondo contributore con circa 1000 uomini, con una componente principale costituita prevalentemente da Esercito, Aeronautica Militare e Carabinieri, e dislocata presso la sede di Kabul e presso il Comando Ovest di Herat, dove l’Italia è Framework nation e aiuta a garantire, tra l’altro, la funzionalità dell’aeroporto colmando le lacune nella gestione degli scali del Paese da parte delle Autorità afgane. In complementarietà alle Forze alleate, l’Italia concorre ad incrementare le varie capacità del contingente locale, tra cui quelle di Intelligence, Survaillance e Reconaissance (ISR), pianificazione delle operazioni, programmazioni di rifornimenti, counter-IED, nonché portare avanti attività addestrative delle unità afghane (Expeditionary Advisory Package, EAP) e altre d’immediato impatto anche sulla dimensione civile che riguardano, ad esempio, la situazione sanitaria con la donazione di apparecchiature mediche, informatiche ed elettroniche. L’Italia si impegna anche per il 2018 nella missione NATO, il cui prolungamento oltre il termine inizialmente ipotizzato (2016) riconosce la necessità di condurre operazioni non più in base a tempi predefiniti (time-driven) ma al raggiungimento di condizioni di sicurezza adeguati e sufficienti. La nostra partecipazione conferma l’importanza attribuita dal nostro Paese al contrasto del terrorismo internazionale e alla più ampia sfida intrapresa dall’Alleanza atlantica di “proiettare stabilità” in realtà fragili oltre i propri confini, attraverso pratiche di assistenza alle istituzioni militari e civili, nonché di dialogo politico, al fine di contribuire concretamente alla stabilizzazione regionale.
Contributo nazionale alla missione NATO-Ministero della Difesa-Negoziazione

Per quanto i Talebani non appaiano abbastanza forti da raggiungere i loro obiettivi, sono comunque intenzionati ad essere riconosciuti come attori politici legittimi e sufficientemente in grado di mettere in discussione un progetto di costruzione dello stato costato ai sostenitori internazionali numerosi sforzi economici, diplomatici e militari. Nei lavori preparatori all’istituzione di un governo post-talebano, poi in quelli dell’elezione del nuovo presidente e del governo, i Talebani non sono mai stati invitati a partecipare. Svariati sono stati i tentativi di intavolare colloqui di risoluzione politica sul futuro dell’Afghanistan tra capi talebani, funzionari governativi, così come con potenze regionali come Stati Uniti e Russia ed al contempo proprio la possibilità di influenze regionali, come quella pakistana, contribuiscono a creare divisioni all’interno del movimento talebano, già di per sé diviso per questioni di leadership e tra la fazione moderata favorevole ai
negoziati e quella più estremista, avendo ripercussioni sulle trattative generali. Una delle condizioni per un coinvolgimento dei Talebani nei negoziati è la rinuncia al legame con al-Qaeda e, ancora, poiché la leadership dei Talebani afghani risiede nel FATA e nel Belucistan, il Pakistan vorrebbe un ruolo più forte nei negoziati. Ad esempio, un accordo su una road map per porre fine alla guerra attraverso i negoziati tra Kabul e Talebani firmata nel febbraio 2016 tra Pakistan, Afghanistan, Stati Uniti e Cina non ha visto la partecipazione dei Talebani, mentre in altre occasioni è spesso mancato, alternativamente, uno degli attori regionali sopra richiamati.
Un processo di riconciliazione, per quanto arduo, deve poi tener conto della composizione etnica del paese, delle passate politiche settarie e poco inclusive nonchè delle scorse inefficienze governative che hanno col tempo alimentato la possibilità che la causa talebana, o dello stato islamico, attecchisse non solo nelle periferie ma anche a Kabul. Dall’altra, instabilità politica e corruzione potrebbero finire per lasciare campo libero alle attività lucrative dei Talebani senza permettere lo sviluppo di una industria nazionale che possa beneficiare dei depositi minerari e di idrocarburi e portare il Paese ad affermarsi come partner commerciale.
Credo sia utile esserci soffermati, anche se brevemente, sulle vicende più recenti dell’Afghanistan e cercare di inquadrare la situazione di un Paese che, pur apparendo lontano da noi, per la sua posizione strategica vede concentrare da tempo sul suo terreno le mire di controllo non solo delle nazioni limitrofe ma anche delle organizzazioni terroristiche che, come nel trascorso caso di Bin Laden, vedono in Afghanistan positive condizioni di rifugio e un ottimo punto di raccordo. Gli sforzi nei tentativi di stabilizzazione dell’Afghanistan condotti dalla Nato e dalla comunità internazionale sono essenziali per evitare che possa ricadere sotto il controllo di organizzazioni integraliste e terroristiche. Si tratta di un impegno regolare e incessante, motivato sia dall’importanza strategica che il Paese riveste dal punto di vista delle dinamiche geopolitiche regionali, come dalla preoccupazione per la sicurezza internazionale.

Come abbiamo più volte avuto modo di affermare, la minaccia terroristica è difficile da estirpare, ma tra le priorità strategiche cui deve ispirarsi l’azione di contrasto deve esserci unità di intenti e un contributo multidimensionale concreto e esaustivo. I recenti e numerosi attentati mostrano che, dopo la caduta di Daesh in Siria e Iraq, l’Afghanistan potrebbe tornare ad essere una meta per numerosi combattenti jihadisti in fuga e in cerca di un nuovo rifugio da cui riorganizzarsi per colpire, e allo stesso tempo sta diventando il luogo dove riaffiora la tensione anche tra le organizzazioni terroriste, che attraverso questa conflittualità cercano di ampliare il proprio raggio d’azione e la propria forza attrattiva.
Per questi motivi, anche per non lasciare da soli gli Afghani e la comunità internazionale in questo momento molto delicato, è evidente l’importanza della nostra presenza, non solo italiana ma di tutti i paesi presenti in Afghanistan. Riteniamo anche che valutazioni affrettate o strumentali, poco basate su criteri di lungimiranza, che non tengono conto della complessità del contesto, possano solo vanificare quanto faticosamente fatto sinora in quel paese, e perdere ruoli di leadership seri e coerenti come quello svolto dall’Italia in Afghanistan. In una fase come quella attuale, anche in Afghanistan, l’Italia può continuare a s volgere un ruolo di grande utilità e importanza, per quanto difficile, indispensabile soprattutto per evitare l’emergere di nuove minacce sia alla stabilità interna del paese che a quella internazionale.

 

Andrea Manciulli

Presidente della Delegazione Italiana presso l’Assemblea Parlamentare della NATO

 

Per maggiori dettagli: Afghanistan: terra strategica per attori regionali e forze jihadiste